Il killer silenzioso che uccide i bambini al mare o in piscina

Per chiarire alle mamme e ai papà, come a chiunque altri abbia a che fare con un bambino, cosa sia l’ annegamento secondario, partiamo da un racconto di vita vissuta:

LINDSAY KUJAWA È UNA MAMMA COME NOI, DUE ESTATI FA HA SPERIMENTATO SULLA SUA PELLE DI MADRE L’ ANNEGAMENTO SECONDARIO E FORTEMENTE HA VOLUTO RACCONTARLO PER RENDERE I GENITORI TUTTI CONSAPEVOLI DELL’ESISTENZA DI QUESTO KILLER SILENZIOSO.

Era un sabato di festa quello per Lindsay e la sua famiglia, dopo una mattina di ordinaria vita familiare lei e i suoi figli presero parte ad una festa in piscina: si celebrava il terzo compleanno di una nipotiana! Gli adulti si godevano il buffet e il bel tempo mentre i bimbi sguazzavano in piscina.

La mamma controllava il suo piccolo Ronin a vista. Mentre lo aveva accanto, seduto sul bordo piscina, si lasciò distrarre solo per un secondo da sua sorella, ebbe appena il tempo di girare la testa che vide il bambino sul gradino inferiore della piscina, lontano da lei e già col capo in acqua.

“Faceva su e giù con la testa tentando di prendere aria”, ricorda la mamma che nel giro di pochi secondi racconta di aver recuperato il bambino dall’acqua. “Tutto è durato non più di 20 secondi”, sostiene Lindsay.

Dopo il rischio annegamento, passato il pianto da spavento, tutte sembrava andare per il meglio. Ronin manifestava soltanto un po’ di tosse e una visibile stanchezza (sintomi tipici dell’ annegamento secondario, ma non identificati come tali dalla mamma).

La madre, per quanto convinta che il bimbo stesse bene, in un eccesso di prudenza (che ha salvato la vita di suo figlio) decise comunque di avvisare la pediatra. Lindsay lasciò un messaggio nella segreteria telefonica della dottoressa di Ronin, il messaggio vocale sintetizzava brevemente quanto accaduto. La pediatra non tardò a contattare la mamma consigliandole vivamente di portare subito il bambino al pronto soccorso (certamente il medico percepì il rischio di annegamento secondario).

Quando Lindsay svegliò suo figlio per portarlo al pronto soccorso, Ronin era affaticato, non riusciva a stare sveglio e incominciava a deambulare male, la mamma ricorda che zoppicava.

IN OSPEDALE LA DIAGNOSI NON SI FECE ASPETTARE: IL BAMBINO RISCHIAVA UN ANNEGAMENTO SECONDARIO PERCHÉ I SUOI POLMONI ERANO FORTEMENTE IRRITATI E INFIAMMATI E LA SATURAZIONE DELL’OSSIGENO ERA A LIVELLI PREOCCUPANTI.

L’ annegamento secondario è un killer silenzioso e un nemico insidioso di cui pochi conoscono i sintomi e le cause.

La mancata informazione sull’ annegamento secondario può essere fatale se si tiene conto che è causa di morte sopratutto in età pediatrica e quando il bambino non è in grado di interpretare e verbalizzare le sue sintomatologie.

Nel momento in cui la persona esposta al pericolo di annegamento viene tratta in salvo e riprende a respirare funzionalmente e correttamente il pericolo sembra scampato, non tutti sanno che non è sempre così facile sfuggire ad un annegamento.

L’ ANNEGAMENTO SECONDARIO, INFATTI, È QUELLO CHE DANNEGGIA E PERSINO UCCIDE QUANDO L’INDIVIDUO È GIÀ STATO DEDOTTO IN SALVO E PUÒ MANIFESTARSI SINO A 3 GIORNI DOPO IL RISCHIO ANNEGAMENTO.

Anche dopo una brevissima permanenza sott’acqua, anche quando apparentemente non si è ingerita una grande quantità di liquido, è possibile che dei residui liquidi penetrino le vie respiratorie (si parla di inalazioni anche di modiche quantità d’acqua), ciò è l’origine e la causa dell’ annegamento secondario.

L’acqua che permanga nei polmoni dopo un rischio annegamento può provocare un’ edema polmonare e\o un’infiammazione polmonare a seguito del danneggiamento del rivestimento del polmone. Un polmone infiammato non riesce a trasmettere correttamente l’ossigeno all’organismo, per di più una conseguenza dell’infiammazione è la creazione di secrezioni e fluidi all’interno dell’alveo polmonare. Detti fluidi aumentano e si accumulano col passare delle ore e sono la causa di un annegamento asciutto, ovvero di un’asfissia che avviene fuori dall’acqua.

Le conseguenze e i sintomi dell’ annegamento secondario possono svilupparsi anche 72 ore dopo il rischio annegamento. E pertanto lo stato di salute di chi ha rischiato di annegare va monitorato sino a 3 giorni dopo l’incidente in mare o in piscina.

Tosse,

vomito,

forte apatia,

sonnolenza,

stati di confusione, sono tutti sintomi che accompagnano l’ annegamento secondario.

I medici e gli operatori sanitari che visitino un paziente dopo un rischio annegamento, non a caso, controllano sempre la saturazione dell’ossigeno.

MARE E PISCINA SONO EGUALMENTE PERICOLOSI RISPETTO ALL’ANNEGAMENTO SECONDARIO?

In caso di rischio annegamento in piscina il soggetto esposto all’annegamento secondario deve fare i conti con un fattore chimico svantaggioso: l’acqua della piscina contiene molti composti chimici e il coro, in modo particolare, può nuocere alla salute dei bronchi. La composizione chimica dell’acqua della piscina espone, quindi, a più alti rischi in caso di irritazione e infiammazione polmonare.

Per prevenire e scongiurare le nefaste conseguenze di un annegamento secondario sui bambini è bene stabilire una regola precauzionale inderogabile: se un bambino è sfortunatamente vittima di un incidente in acqua, ovvero se rischia di annegare, anche quando viene tratto in salvo velocemente, è buona norma portarlo sempre in pronto soccorso e farlo visitare da un medico.

I bambini in acqua vanno sempre sorvegliati, anche se sanno nuotare è bene non perderli mai di vista. E’ altresì consigliabile che i bimbi imparino a nuotare quanto prima, la gestione del corpo in acqua è di grande aiuto per la sicurezza dei piccoli bagnanti e previene altamente il rischio di annegamento (nonché, di conseguenza, il rischio di annegamento secondario).